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lunedì 30 marzo 2026

...testimonianze

(immagine dal web)

Un corpo che si “chiude” e una diagnosi che non arriva

Quella “sedia a rotelle invisibile” che rappresenta un dolore a lungo “inascoltato”

di Maria Grazia Buletti

“Ci vuole coraggio per vivere una vita come la mia, nella quale il dolore è stato tanto, e dove due strade in salita si sono intersecate: la malattia con quel dolore cronico, a cui solo dopo ben una ventina d’anni si è potuto dare il nome della vulvodinìa, e altre fatiche della mia vita personale; tutto aggravato a lungo dal peso di non essere creduta dai medici a cui chiedevo aiuto”.

Ci vuole coraggio, diciamo noi, per avanzare con determinazione lungo una strada così irta, disseminata di spine e carboni ardenti (è l’immagine che visualizziamo mentre Nadia ci parla del dolore vissuto con la vulvodinìa che la affligge da una vita). 

E ci vuole una forza titanica per volerlo confidare; un coraggio, sempre quello, del quale le siamo grati: 

“Desidero con tutta me stessa condividere la mia storia, anche nelle parti più intime e difficili da raccontare, perché possa aiutare altre persone che, come me, convivono con un dolore acuto che diventa il tuo compagno quotidiano, mentre attorno a te succede che nessuno – o pochissimi – ti credono.

La vulvodinìa è un mostro impostore e intangibile, un calvario fisico e psicologico che io definisco come una sedia a rotelle invisibile che nessuno ha visto e nessuno poteva vedere: io sono una persona normale, mi vesto come tutte, bene e femminile, ma l’apparenza è una cosa, e ciò che si vive dentro è tutt’altro.

Per l’appunto, dentro avevo quella sedia a rotelle invisibile che mi rappresentava. Invisibile perché anche solo agli amici o ai parenti non è per niente facile raccontare che ho male alla vulva a tal punto da sentire, oltre a prurito e bruciore costante, un dolore interno che mi procurava fastidio e anche solo il contatto con gli slip lo amplificava da impazzire. E non ho mai  potuto portare i jeans, ma solo ghette, leggins e gonna che rigorosamente non stringono. A volte non potevo camminare perché lo sfregamento mi procurava un dolore lancinante, come sfregare un braccio ustionato su un muro. Sentivo spilli, a volte, che pareva entrassero nella carne, e questo anche non facendo nulla, solo camminando. E allora, mi dovevo fermare e aspettare che passava. Il bruciore era senza sosta, da mattina a sera, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per anni e anni. Anche solo fare il bagno in mare era impossibile: l’acqua salata bruciava! E non potevo andare in aereo, perché non potevo stare seduta più di mezz’ora; in treno andava meglio perché potevo viaggiare in corridoio, in piedi. Ho passato gran parte della mia vita in piedi.”

Come spiegare quell’argomento intriso di tabù e di pregiudizi che ancora oggi lo permeano?Dolore, incognita di non sapere di cosa si trattasse, disperazione di non essere creduta o presa sul serio, si sommano e schiacciano come un macigno i passi di Nadia lungo il suo cammino. Nadia che non si dà per vinta, Nadia che si è sempre detta certa che la svolta sarebbe arrivata, che sarebbe riuscita a venirne a capo. Nadia che ci spiega come è cominciato tutto questo: 

“All’inizio, verso i vent’anni, sentivo pruriti e dolori che sembravano originare da cistiti (curate puntualmente con antibiotici); forse erano responsabili pure un paio di traumi che avevo subito alla schiena. Nel frattempo, la mia relazione che piano piano è diventata malata, ha fatto sì che il mio corpo si è chiuso. Questo, per difendersi da quei dolori che non volevano scomparire. La mia pelle era fragile e sensibile, anche nella parte pelvica dove i dolori sono cominciati ad aumentare rendendo difficoltosi anche i rapporti intimi”.

Siamo negli anni ’90 e la diagnosi tarda ad arrivare, malgrado il pellegrinaggio dai medici che non riescono a dipanare il bandolo della matassa. E intanto i dolori sono compagni di vita sempre più ingombranti.

“Una ventina d’anni: tanto ci è voluto per arrivare a una diagnosi, malgrado sia andata da medici e specialisti (ad esempio, pure all’Università di Zurigo, dove tutto è stato valutato dai più grandi specialisti di quegli anni ’90).

In tutto quel tempo ho cercato di capire cosa avessi, e i medici andavano per tentativi, provando di tutto (anche interventi come la tonsillectomia) per provare a vedere se si poteva migliorare qualcosa. Ma non si trovava nulla, nemmeno con le biopsie che non hanno portato a nessun risultato.

A un certo punto, i medici dicevano che il mio male era nella testa e questo mi ha letteralmente devastata: non venivo creduta!!

A un certo punto, però, ci ho riflettuto molto bene e mi sono detta che non era vero, che qualcosa sarebbe saltato fuori prima o poi. Mi dicevo: “Ora la scienza non ha ancora capito e devo aspettare”.

E Nadia per tutti quegli anni, oltre al calvario del dolore che ha descritto, si tiene dentro pure quello psicologico della frustrazione di non essere creduta: non poteva parlarne perché era percepito come una vergogna. Come darle torto quando dice che è molto più facile essere presi sul serio quando, ad esempio, ci si rompe un braccio: “Allora, tutto è normale, si vede dove fa male, gli amici fanno pure la firma sul gesso”. Per lei è l’opposto e non poteva parlarne.

Fino alla svolta decisiva:

“La prima dottoressa che mi ha presa sul serio è stata la mia ginecologa, nel 2018, quando mi visita e chiede come va. Come vuole che vada? Sempre uguale: ogni volta creme nuove e piccoli rimedi che si sperava facessero bene. Lei però mi dice una cosa importantissima: è la prima persona ad ammettere: “Non so cos’hai”. In quel momento ho capito di essere stata finalmente presa sul serio!!

Proprio quell’anno, la mia ginecologa aveva avuto una paziente che era appena stata operata e le era scaturito un dolore alla vulva perché le era stato lacerato un nervo da dove, poi, si era capito originava quel dolore. Sintomi e dolori coincidevano con i miei, e finalmente pure la diagnosi che era stata confermata da uno dei più esimi luminari di questa patologia: il professor Pesce di Roma.

Grazie alla mia dottoressa, questa signora ed io ci siamo potute mettere in contatto, ma anche qui c’è voluto molto tempo: un anno durante il quale, nel mio percorso di ricerca, il mio cervello e tutta me stessa avevamo dovuto sopportare questo dolore, rendendolo “normale” dentro e fuori di me.

Ad ogni modo, grazie a quella paziente, sono a mia volta entrata in contatto con il professor Pesce dal quale mi sono poi recata.

Diagnosi: vulvodinìa. Si può migliorare, ha detto, dandomi il coraggio di cominciare a curarmi sapendo finalmente cosa curare.

Io sono riuscita ad avere tre figli, malgrado questo grande problema, ma le confesso che la gioia più assoluta che ricordo nella mia vita non è la loro nascita, bensì il momento in cui il professor Pesce mi ha dato la diagnosi.

Uscita dal suo studio, mi è sembrato di camminare sulle nuvole”.

Oggi Nadia ha finalmente una diagnosi, e ciò significa che si sente presa sul serio, accolta e accompagnata in un percorso comunque non semplice, ma che comporta la convivenza con questo dolore e le sue conseguenze attraverso strumenti che permettono di migliorare sempre di più la qualità della propria vita.

Da cinque anni Nadia è accompagnata e seguita nel suo percorso, da professionisti in presa a carico multidisciplinare, come ad esempio dalla fisioterapista Ileana Luglio, fisioterapista specializzata in trattamenti per la riabilitazione del pavimento pelvico, in un percorso di assoluto accompagnamento, anche se complesso, di queste pazienti (vedi reportage Dobbiamo parlare di vulvodinìa a pagina 43):

“Quando c’è la diagnosi, arriva la speranza e arriva il miglioramento!”

Sono consapevole che dopo averne sofferto per oltre trent’anni, questo problema cronico non si risolverà al 100%, ma poco importa non poter indossare i jeans, se migliora sostanzialmente la qualità della tua vita perché hai potuto davvero prendere in mano il percorso per la gestione della vulvodinìa: piano piano, ci si può alzare. Non si potrà correre? Però si potrà vivere una vita quasi normale, o forse anche migliore di chi non è passato attraverso questa esperienza, perché si matura un bagaglio umano profondo, si conoscono persone fantastiche come la mia fisioterapista, e si sviluppano percezioni della vita che prima non si avevano: cambiano le priorità e le cose possono andare davvero meglio. Si riesce a godere delle piccole cose, a vivere in pienezza cose o momenti che le persone che non hanno vissuto tutto questo non conoscono o non vedono.

Certo, non potrò mai avere un rapporto sessuale come quasi tutte le altre donne, e pure se ciò che io posso vivere con il mio compagno non è semplice, è comunque basato su una profonda conoscenza reciproca, un legame in cui c’è consapevolezza di ogni aspetto, molto più grande di quella che si trova a vivere una normale coppia. Io conosco ogni millimetro della mia persona, anche di quella parte intima che per tanti è ancora tabù al punto tale che la vulvodinìa è un problema spesso ancora difficile da diagnosticare e bisogna parlarne, sensibilizzare come sento essere la mia missione, affinché altre donne non vivano un calvario di anni prima di essere credute, considerate, ascoltate e accompagnate seriamente dai professionisti specializzati nell’aiutare a rinascere. Perché rinascere si può”.

Leggi articolo originale: qui.

lunedì 16 marzo 2026

...riuscivo a malapena a pensare

 

(immagine dal web)

‘Riuscivo a malapena a pensare per quanto fosse forte’: come il dolore ci cambia
Dopo aver convissuto con il dolore cronico, Darcey Steinke ha voluto scoprire come questo influenzi gli altri. Il suo libro di memorie, "This Is the Door", esplora sia l'isolamento che la libertà.
di Estelle Tang – Ven 13 mar 2026 17.00 CET

Il dolore cronico ha il potere di stravolgere una vita.
Nel suo memoir This Is the Door, la scrittrice Darcey Steinke scrive che “il dolore, come il fallimento, irrompe nelle nostre vite quotidiane e sconvolge chi pensavamo di essere e ciò che pensavamo di poter fare”.

Nel suo caso, il dolore lancinante causato da un'ernia del disco ha imposto una moltitudine di cambiamenti: stare seduta faceva così male che “dovevo praticamente stare in piedi tutto il giorno”, racconta. Emotivamente, è stata una montagna russa: “Ero in subbuglio, ansiosa, frammentata”, scrive.

Steinke — autrice di libri come Suicide Blonde, Up Through the Water (il cui editor fu Jacqueline Onassis) e Flash Count Diary — ha voluto indagare le esperienze altrui, affiggendo cartelli nel suo quartiere e chiedendo interviste agli amici. Attraverso conversazioni con circa 80 persone e ricerche sulla storia e i reperti del dolore — rari libri del XVII secolo, cadaveri analizzati da studenti di anatomia — ha distillato una serie di riflessioni sugli effetti della sofferenza.

“Riuscire a esprimere il proprio dolore e ascoltare quello degli altri è davvero difficile”, afferma. “Ma quando viene fatto con autenticità e generosità, è davvero incredibile”.

Il dolore ti rende più empatico, dice. “Quando vedo persone con problemi di mobilità per strada, prima pensavo: ‘ha un leggero zoppichìo’. Ora so che stanno anche soffrendo”. Allo stesso modo, oltre a riferire solitudine e fatica, molti dei suoi intervistati hanno affermato che l'esperienza ha “riallineato il loro rapporto con l'universo”, facendoli sentire infine “più connessi con la realtà”.

Ho parlato con Steinke al telefono del suo libro; la nostra intervista è stata editata per brevità e chiarezza.


Com’è che hai deciso di scrivere questo libro?
Ho avuto un’ernia del disco e circa otto mesi di dolore terribile, terribile. Era il culmine della crisi degli oppioidi, quindi non c’erano farmaci molto efficaci — praticamente solo vino rosé e Tylenol extra-forte. Facevo fisioterapia, ma è stata durissima. C’erano momenti in cui riuscivo a malapena a pensare per quanto fosse forte.
Era anche in un certo senso affascinante. Il dolore attira tutto a sé. Sono una romanziera, e mi ricordava un po' la struttura narrativa: c’è sempre un tema profondo che scorre sotto la superficie.
L'altro aspetto era la sensazione generale tra le persone che non conoscevo bene, e forse anche nella comunità medica, che quello non fosse un periodo significativo o di valore... come se fossi “una persona valida solo una volta terminato il dolore”. Questo mi ha davvero isolata e mi ha anche sorpresa.
Molti memoir sul dolore riguardano la cura, la ricerca del medico che possa eliminare il dolore, la ricerca dell'integrità. Io volevo scrivere un libro che non parlasse solo del tentativo di superarlo.

In che modo il dolore ha influenzato la tua vita? Quali cambiamenti hai dovuto apportare e che tipo di trasformazioni interiori hai vissuto?
Non potevo stare seduta, quindi dovevo insegnare stando in piedi. Uscivo raramente, ma quando incontravo qualcuno dovevamo mangiare al bancone del bar. So che non sembra così male — “oh no, ho dovuto incontrare gente al bar per cena a Brooklyn!” — ma era molto diverso dalla mia vita abituale. Faccio nuoto in acque libere a Brighton Beach, sono una fanatica del pilates. Sono molto attiva, quindi è stata dura.
Interiormente, ho dovuto rivalutare ciò che era importante: le cose che non volevi fare davvero e che sono superficiali, smetti di farle. E il dolore ha un po' il sapore della morte, no? Ha portato pensieri sulla mortalità. Pensavo: spero di vivere a lungo, ma cosa voglio fare con il resto dei miei anni? Chi sono le persone più importanti; cosa voglio realizzare? Cosa voglio dare agli altri?
Ero così preoccupata che non sarei mai guarita. Questa è la cosa strana del dolore: è claustrofobico, ma anche libero e stimolante in un certo senso, perché ti connette agli altri.

Nel libro affermi che il dolore è un'esperienza corporea, ma anche spirituale. Quali connessioni hai individuato tra spiritualità e dolore?
Quando dico spirituale, non intendo necessariamente in senso cristiano. Poiché avevo così tanto tempo a disposizione, mi ero inventata questo folle progetto: restavo in piedi per ore alla finestra sul retro di casa mia e cercavo di distinguere gli scoiattoli tra loro. Uno aveva un piccolo segno sulla coda. Ho capito che erano in sei. Cosa facevano, dove trovavano il cibo? In un certo senso non sembra spirituale, ma in un altro lo è: avere il tempo di vedere come sono le loro vite.
Per molte delle persone con cui ho parlato, il dolore intenso ha segnato l'inizio della fine della loro fede convenzionale. Alcuni si sono avvicinati, ma la maggior parte no. Il dolore ti porta a una teologia più personale. Indipendentemente dalla religione, ti fa capire quanto siano necessari i rituali. Ho intervistato persone per le quali la pratica artistica era fondamentale. Altri si sono coinvolti di più nella comunità o nel nuoto in mare — cose che facevano sembrare il loro dolore parte di qualcosa di più grande.
Mio padre è morto di cancro alla prostata qualche anno fa ed era un pastore luterano. Non mi piace dire che abbia perso la fede, ma si è allontanato da un senso più convenzionale del cristianesimo man mano che si ammalava. Non era mai stato dogmatico — era più un pastore hippie degli anni '60. Ma mi disse: “Nel poco tempo che mi resta, non credo valga la pena pensare a Dio”. Era molto più concentrato sulla sua famiglia. Si interessava agli uccellini nella mangiatoia. Leggeva poesie. Credo avesse a che fare con il suo sistema di credenze personale, legato alla giustizia sociale e all’amore.

Scrivi di molti artisti che hanno vissuto il dolore: Frida Kahlo, Franz Kafka, Carolee Schneemann.
Per certi versi, la pratica artistica è un antidolorifico. Quando provavo il dolore più forte, se riuscivo a concentrarmi sulla scrittura anche solo per un paio d'ore, provavo sollievo perché la mia mente era altrove.
Ma penso anche che sia d'ispirazione. Frida Kahlo subì quel terribile incidente in autobus a 18 anni, si ruppe diverse costole, il bacino andò in frantumi. Subì oltre 30 operazioni. Era spesso costretta a letto e viveva in un dolore costante. Eppure riuscì a costruirsi questa vita incredibilmente ricca. È stata una delle prime nell'arte moderna a separare il nudo femminile sexy dipinto dagli uomini e dire: ecco un corpo femminile che soffre, un corpo vero.
Ho intervistato Kurt Cobain poco prima dell'uscita di In Utero. È la rara rock star che, invece di puntare sulla sensualità, metteva al centro il proprio corpo malato. Iniziò subito a parlarmi del suo mal di schiena. Si mise per terra e mi mostrò i suoi esercizi per la schiena — parliamo della più grande rock star del mondo.
Non vorrei mai dire che il dolore è un bene, e nessuno dovrebbe cercare la sofferenza. Ma tutti ci passeranno. Gli artisti mi hanno aiutato a mostrare che il dolore fa parte della vita, e come si possano creare cose che fungano da sollievo per gli altri.

Hai accennato a questo prima, ma è impossibile parlare a fondo del dolore senza parlare della morte.
La gente non vuole pensarci, ma il dolore porta naturalmente a riflettere sulla mortalità. Quando sei debilitato in quel modo, è un peso enorme, proprio come il lutto. Penso che questo renda la morte ancora più difficile da contemplare.
Molte persone mi hanno detto, specialmente se affette da dolore cronico terminale: “Non mi dispiace morire, ma non voglio soffrire”. Inoltre, c’è un modo in cui ti senti un po' morto quando provi dolore. È difficile non sentirlo nella propria esperienza somatica — con la mia schiena, non potevo muovermi come volevo, era come se mi portassi dietro un pezzetto morto di me stessa.
Nella mia esperienza, quando sei giovane e hai la fortuna di non provare dolore, non puoi comprendere come sarà la decrepitezza, anche se è naturale. E quando ne hai il primo assaggio...

This Is the Door: the Body, Pain and Faith by Darcey Steinke is out now via HarperOne.

Leggi articolo originale: qui.

 

 

lunedì 4 luglio 2022

...abbiamo bisogno delle vostre testimonianze


“Esiste la medicina basata sulle evidenze cliniche. Ma esiste anche la medicina basata sulle evidenze narrative. Così è sempre stato, perché non esiste una medicina senza narrazione.
Così non sarà mai, perché è difficile allineare tutti i medici sull’esigenza di cogliere, affrontare ed essere protagonisti di questa narrazione”.

(Rita Charon)

Cari pazienti,

inviateci le vostre testimonianze di come avete vissuto o state vivendo la vostra situazione di dolore cronico, la vostra quotidianità. Saremo felici di poter pubblicare i vostri scritti sul blog e sulla pagina FB. È importante far capire cosa attraversiamo. Per una maggiore consapevolezza, per aiutare chi sta attraversando la medesima esperienza di dolore cronico.

Per favore indicate il vostro nome cognome e indirizzo (questi dati non verranno resi pubblici).

Potete inviarceli per email a filodisperanza@hotmail.com

Oppure scrivendo a:

Filo di Speranza

“Testimonianza”

c/o Centro Luvini – diagnosi e terapia

Via Luvini 7

6900 Lugano

Lunghezza massima: una pagina A4.

Grazie a tutti coloro che coglieranno questo invito.

Presidente di Filo di Speranza