domenica 22 novembre 2020

...nulla è "per sempre"

(immagine dal web)
 

Ann-Marie D'arcy-Sharpe è una donna che soffre di dolore cronico, più precisamente di fibromialgia, e anche lei ha deciso di tendere una mano a coloro che sono nella stessa condizione: ha un blog  in cui affronta tutto il mondo del dolore cronico e offre suggerimenti per stare meglio.

Il concetto del dolore cronico di "essere per sempre" 

Quando ti viene diagnosticato un dolore cronico, è normale che ti venga detto che non c'è molto che i medici possano fare. Molti vengono mandati via senza una diagnosi a causa dello stigma. Coloro che vengono diagnosticati vengono raramente indirizzati a un trattamento appropriato. A molti viene detto che dovranno "imparare a convivere" con il loro dolore cronico.

Questa è stata la mia esperienza. Quando mi è stata diagnosticata la fibromialgia, non mi è mai stata data alcuna indicazione che fosse curabile. Non mi sono mai state offerte terapie psicologiche o alcun tipo di trattamento efficace. Andavo regolarmente via dall'ambulatorio dello specialista con l'impressione che questa sarebbe stata la mia vita adesso e che avrei dovuto cercare di andare avanti con le cose come stavano. Fino a quando non ho iniziato a fare le mie ricerche, non avevo idea che i miei sintomi potessero migliorare, che avrei potuto tornare al lavoro e alle attività che mi piacevano e che avrei potuto vivere una vita piena!

Quando senti che il dolore cronico è per sempre, il futuro può sembrare scoraggiante. Inizi a chiederti se puoi fissare obiettivi per il futuro, se sarai mai in grado di funzionare e goderti la vita.(...)

Il fatto che ci siano trattamenti là fuori che possono aiutare le persone a riprendersi la vita, ma le persone non ne sono consapevoli, è una situazione che non va bene. Nessuno merita di sentire di non avere speranza, quando sono disponibili opzioni scientificamente provate, facilmente accessibili ed economiche!”

Traduzione di Filo di Speranza

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vivere con la fibromialgia 

il dolore cronico può essere curato? 

 

domenica 15 novembre 2020

...un vuoto culturale

  

(estratto dal film "Cake" con Jennifer Aniston)
Jennifer Aniston interpreta una donna affetta da dolore cronico.
Disperata, va in Messico per acquistare oppiacei.

Tutti i pazienti affetti da dolore cronico sanno quanto tardi arriva la diagnosi. Per non parlare di quanto spesso si viene curati (in buona fede ma in modo sbagliato) con un uso massiccio di benzodiazepine, che stordiscono ma non risolvono il problema del dolore cronico.
Bisogna fare molta attenzione. I pazienti mal-curati possono ridursi a dipendenze nocive, a tossicodipendenze. E nei casi estremi a fare capo anche al mercato illegale pur di procurarsi certe sostanze. Negli Stati Uniti è diventato un fenomeno molto allarmante.
Per chi vuole approfondire questo tema, vi rimando a questo articolo: clicca qui

Qui di seguito invece, un estratto da un libro molto interessante pubblicato nel 2015 ma tuttora attuale (analgesici oppioidi: uso, abuso ed addiction):

“(…) Il dolore cronico è pertanto poco trattato perché:
• Non c’è l’abitudine a rilevare e a misurare il dolore da parte dei medici;
• Non è considerato una priorità;
• Vi sono carenze culturali circa la sua fisiopatologia e natura;
• Vi sono carenze culturali circa il trattamento che non è solo farmacologico;
• Vi è il timore della dipendenza dagli oppiacei;
• Non vi è sufficiente formazione di medici e infermieri esperti nell’area dolore.

Da quanto emerso nel precedente paragrafo possiamo affermare che per affrontare il dolore sarà necessario sapere quale meccanismo patogenetico determina il quadro doloroso, alfine di poterlo contrastare con la prescrizione di una terapia appropriata. (…)

Inoltre per trattare appropriatamente  il dolore cronico sarà necessario attivare più trattamenti che  spesso potrebbero e dovrebbero coesistere. Alla luce delle caratteristiche del dolore e della possibile coesistenza di differenti meccanismi che ne sostengono e ne perpetrano la sussistenza, la combinazione di più terapie mirate può risultare essere più efficace e meno rischiosa per il paziente, evitando l’uso di analgesici in mono-terapia a dosi elevate. Questo approccio potrebbe evitare in un prossimo futuro quello che sta succedendo in USA dove la terapia cronica con oppiacei sta portando ad un crescente allarme, anche a carattere sociale e quindi non solo medico-sanitario.(…)”

Leggi il libro intero: Analgesici, oppioidi, uso abuso ed addiction

lunedì 9 novembre 2020

...lezioni per stare meglio no. 7


 
 “Tensione è chi pensi che dovresti essere, pace è chi sei”
(proverbio cinese)

7. La meditazione per stare meglio

 “L’introduzione della consapevolezza nell’insieme dei processi sensoriali in un certo senso favorisce la percezione e l’integrazione del cervello con il corpo e con una visione più ampia dell’esperienza stessa. Almeno così ci sembra. Forse è vero che la corteccia somatosensoriale si modifica in risposta a regolare pratica di meditazione di questo genere; quel che è certo è che, a mano a mano che ci sintonizziamo sulle varie dimensioni del panorama corporeo, noi sentiamo che la nostra consapevolezza del corpo si fa sempre più raffinata, più sottile, più sensibile, più ricca di sfumature emozionali. E questa sensazione è supportata dai resoconti dei tantissimi pazienti che praticano la meditazione: questi riferiscono i cambiamenti profondi che produce la pratica dell’esplorazione del corpo quotidiana, per un periodo di svariate settimane, nella relazione che hanno con il dolore cronico o con il cancro o con la cardiopatia, con la paura che provano, con il loro modo di vedere il proprio corpo. Non di rado accade che mentre si pratica l’esplorazione del corpo si percepiscano le sensazioni fisiche in maniera più acuta, al punto da sentire anche più dolore, una maggiore intensità di sensazioni in certe zone. Allo stesso tempo, inoltre, nel contesto della pratica di consapevolezza si accolgono le sensazioni con maggiore precisione e cura, quali che siano la loro natura e intensità, e si sovrappongono loro meno strati di interpretazioni, giudizi e reazioni come l’avversione e gli impulsi di fuga.

Nell’esplorazione del corpo noi sviluppiamo un’intimità maggiore con la sensazione nuda e cruda, ci apriamo a quello scambio di dare-e-ricevere che è proprio della reciprocità fra le sensazioni in sé e la consapevolezza che ne abbiamo. Ne risulta, non di rado, che le sensazioni ci disturbano di meno, o in un modo diverso, più saggio, anche quando sono piuttosto acute. La consapevolezza insegna a lasciare che le sensazioni siano come sono e ad accoglierle senza che inneschino una gran reattività emotiva e la solita turbolenta attività di pensiero che ne consegue. A volte parliamo di consapevolezza e discernimento discriminanti, ossia di questo « non abbinamento » della dimensione sensoriale dell’esperienza del dolore con le dimensioni emozionali e cognitive del dolore stesso; questo si può verificare spontaneamente. Nel processo a volte l’intensità delle sensazioni stesse si riduce; in ogni caso chi le prova può arrivare a considerarle meno pesanti, meno debilitanti.

È come se la consapevolezza stessa, soffermandosi con le sensazioni senza giudicarle né reagire loro, guarisca la visione che abbiamo del corpo e le permetta di venire a patti, almeno in parte, con le sue condizioni così come sono al presente; in questo modo le sensazioni smettono di esercitare una continua erosione della qualità della nostra vita, anche in presenza di dolore o malattia. Essere consapevoli del dolore è davvero tutt’un mondo diverso, rispetto a esserne prigionieri e in lotta perenne; basta fare un solo passo dentro quel mondo per trovarvi un po’ di soccorso e di sollievo. In sé questa è già un’esperienza liberatoria: è una profonda liberazione, almeno in quel momento, da un modo più ristretto di vivere l’esperienza del dolore quando non viene considerata come pura e semplice sensazione. Non si tratta in alcun senso di una cura: si tratta di un processo in cui ci si apre e si impara e si accetta di navigare sugli alti e bassi di quello che in precedenza era impenetrabile e ingestibile.

Alle persone che vengono alla Clinica per la riduzione dello stress diciamo: « Quale che sia la vostra situazione, in qualunque condizione vi troviate, per quanto dolore e sofferenza abbiate sopportato finora, per quanta disperazione possiate provare, se vi dedicate con tutti voi stessi alle pratiche di meditazione molto probabilmente arriverete a scoprire almeno che potete fare qualcosa per la vostra condizione. E a volte questo ‘qualcosa’ è tantissimo, è un’enorme rivelazione ».

La vita risponde in modo davvero notevole all’attenzione saggia, forse anche per la profonda plasticità del sistema nervoso; ma l’attenzione saggia richiede che noi, di fronte alle grandi sfide della vita, specie a quelle che portano con sé grandissima sofferenza e lutto, davanti a tutto il dolore e la confusione e perfino alla disperazione, si sia disposti a fare un certo genere di lavoro su noi stessi e con noi stessi, un lavoro che nessuno sulla faccia della Terra può fare al posto nostro, per quanto lo desideri, magari, per quanto affetto abbia per noi, per quanto dispiacere possa provare per noi, per quanto ci stia aiutando in tutti i modi possibili.

Nel campo dell’esperienza interiore ed esteriore le cose sono modificabili a un livello stupefacente; lo sono molto di più se ci si alza e ci si rimbocca le maniche: a volte soltanto a quella condizione. Potrebbe essere il compito più difficile al mondo; per quel che mi riguarda credo che coltivare la consapevolezza e assaporare la libertà dalla mente condizionata sia davvero il compito più difficile che ci sia al mondo.

Ma in fin dei conti che altro fare? A essere appesa a un filo, in equilibrio, è la propria stessa vita; già per questa ragione si tratta non solo di una sfida ardua, ma anche di un lavoro che dà profonda soddisfazione. Vi si scopre che essere pienamente presenti è già di per sé proprio appagante, occuparsi di quello che c’è in modo non reattivo e non giudicante anche quando — specialmente quando — si tratta di paura, solitudine, confusione e della sofferenza psichica che accompagna questo genere di stati mentali. Scopriamo che su questi stati mentali e fisici si può lavorare, il che significa in ultima analisi che sono passibili di profonda guarigione.”

Da: Jon Kabat-Zinn*, Riprendere i sensi, TEA, 2008

*Inventore della mindfulness


lunedì 2 novembre 2020

...una nuova era per la medicina mente-corpo

(immagine dal web)

Gli esperti di medicina mente-corpo sollecitano la piena integrazione della riduzione dello stress nella cura e nella ricerca

In una prospettiva pubblicata sul New England Journal of Medicine, i ricercatori del Benson-Henry Institute (BHI) per la medicina del corpo e della mente del Massachusetts General Hospital (MGH) chiedono un uso più ampio delle pratiche mente-corpo.

In un'epoca in cui la meditazione, lo yoga e la consapevolezza aumentano di popolarità per il benessere generale, il pezzo sottolinea la necessità di integrare completamente queste pratiche di riduzione dello stress nei piani di trattamento dei pazienti e nella ricerca medica.

Lo stress va ad esacerbare l'ansia e la depressione, e svolge un ruolo in condizioni come malattie cardiovascolari, disturbi autoimmuni, sindrome dell'intestino irritabile, mal di testa e dolore cronico, secondo l'autore principale Michelle Dossett, MD, Ph.D., della UC Davis Health.

"Riducendo la risposta allo stress del corpo, le pratiche mente-corpo possono essere un potente complemento in medicina aiutando a diminuire i sintomi dei pazienti e migliorando la loro qualità di vita", afferma Dossett, che era un medico e ricercatore al BHI quando la prospettiva è stata scritta.

Nonostante il suo recente aumento di popolarità tra il grande pubblico, la medicina mente-corpo non è nuova. I ricercatori del BHI integrano il campo della medicina mente-corpo nei programmi di assistenza clinica, ricerca e formazione di MGH dal 2006.

Le prime ricerche sui vantaggi di tali tecniche risalgono a oltre 40 anni fa, quando il fondatore dell'istituto e autore senior della prospettiva, Herbert Benson, MD, divenne uno dei primi medici occidentali a portare spiritualità e guarigione in medicina ed è famoso per il suo lavoro con la Risposta di Rilassamento.

"La Risposta di Rilassamento", afferma Benson, "è una capacità innata e antistress che trascende le differenze che separano la mente dal corpo, la scienza dalla spiritualità e una cultura dall'altra".

Al BHI, la medicina mente-corpo è ampiamente riconosciuta come la terza gamba di uno sgabello a tre gambe: la prima gamba è la chirurgia, la seconda è la farmacologia e la terza è la cura di sé, in cui i pazienti apprendono tecniche per migliorare la propria salute attraverso medicina mente-corpo, nutrizione ed esercizio fisico.

"La medicina occidentale ha prodotto benefici per la salute rivoluzionari attraverso i progressi nelle farmacoterapie e nelle procedure", descrivono i ricercatori nella prospettiva. "Ora deve affrontare enormi sfide nel combattere le malattie non  trasmissibili legate allo stress. ... Il dolore cronico, spesso perpetuato dallo stress psicosociale, è diventato un'epidemia che il nostro arsenale farmaceutico è scarsamente attrezzato per gestire e i costi medici continuano a salire. Le terapie mente-corpo possono essere un utile complemento nella gestione del dolore cronico e di altre malattie non trasmissibili legate allo stress promuovendo la resilienza attraverso la cura di sé ".

L'articolo affronta anche le nozioni preconcette di medicina mente-corpo dei pazienti scettici, nonché le barriere previste per la copertura dei servizi e l'educazione dei medici sull'uso appropriato di questi strumenti. Queste sfide rafforzano ulteriormente la necessità di continuare la ricerca e gli investimenti nello sviluppo e nell'attuazione di pratiche personalizzate per massimizzare il loro potenziale di salute pubblica.

Dossett e i suoi colleghi rilevano anche come che le pratiche mente-corpo possono essere utili per ridurre lo stress correlato all'epidemia di COVID-19.

Benson e il coautore della prospettiva Gregory Fricchione, MD, che è l'attuale direttore del BHI, guidano il campo della medicina mente-corpo e della ricerca per contrastare gli effetti dannosi dello stress, promuovendo così la salute e riducendo la vulnerabilità alle malattie legate allo stress. Dossett, che si è formata e ha avuto come mentori Fricchione e Benson, sposta la ricerca sulla medicina mente-corpo oltre le mura del BHI presso l'UC Davis Health come ricercatore principale in medicina integrativa e assistente professore di medicina interna.

 

Traduzione di Filo di Speranza.

More information: Michelle L. Dossett et al. A New Era for Mind–Body Medicine, New England Journal of Medicine (2020). DOI: 10.1056/NEJMp1917461

 

mercoledì 28 ottobre 2020

...lezioni per stare meglio no. 6

(immagine dal web)

 

"Tre cose soprattutto l’uomo moderno deve apprendere per divenire sano e completo: l’arte del riposo, l’arte della contemplazione, l’arte del riso e del sorriso."
(Roberto Assagioli)
 

6. La produttività non determina il tuo valore

Nonostante ciò che la nostra cultura può indurci a credere, siamo molto più di una lista di cose da fare. Hai mai notato che nei tuoi giorni veramente produttivi ti senti particolarmente orgoglioso e soddisfatto? O che quando non  hai portato a termine compiti o raggiunto obiettivi personali o professionali, ti senti come deluso o abbattuto? Questa è un'esperienza comune a tutti coloro che associano ciò che sono a ciò che fanno.

Viviamo in una cultura che sembra valorizzare i risultati sopra ogni altra cosa. In risposta, siamo diventati così esperti nei modelli di creazione, produzione e "fare" che abbiamo imparato ad associare la nostra produttività a ciò che siamo.

Ma non siamo destinati a lavorare e produrre sempre.

Vivere una vita multiforme significa che parte del tempo è da trascorrere riposando, immaginando, riflettendo, ascoltando, ridendo e connettendosi con noi stessi e gli altri.

Noi con neuropatie croniche dobbiamo quindi imparare a uscire dalla modalità produttività perché gestiamo emozioni impegnative, bassa energia, dolore, malattia e altre parti non pianificate della vita. E fare di tutto per entrare nell’altra modalità multiforme, ed imparare a tollerare,  e persino a divertirsi nei tempi di inattività. E’ questa la chiave per il nostro benessere mentale, fisico ed emotivo. 

 

domenica 11 ottobre 2020

...notizie incoraggianti dai ricercatori

(immagine dal web)

Un nuovo approccio al trattamento del dolore cronico potrebbe portare sollievo

Recensito da Emily Henderson, B.Sc. 19 agosto 2020

Qualcosa come un quarto della popolazione mondiale soffre di dolore cronico a un certo punto della loro vita. Al contrario del dolore acuto - ad esempio, la sensazione dopo aver colpito il dito con un martello - il dolore cronico potrebbe non avere nemmeno una causa chiara e può persistere per anni o per tutta la vita. Il peso del dolore cronico include danni alla salute mentale e fisica, minore produttività e tossicodipendenza.

Un nuovo studio condotto da scienziati del Weizmann Institute of Science suggerisce un approccio originale al trattamento di questa afflizione, prendendo di mira un gateway chiave che porta all'attivazione di geni nelle cellule nervose periferiche che svolgono un ruolo in molte forme di dolore cronico. I risultati di questo studio sono stati pubblicati oggi su Science.

Il dolore inizia nei neuroni sensoriali, quelli che trasmettono informazioni dalla pelle al sistema nervoso centrale. Danni a questi neuroni, lesioni croniche o malattie possono causare il "cortocircuito" dei neuroni, inviando messaggi di dolore continui. Il Prof. Mike Fainzilber del Dipartimento di Scienze Biomolecolari dell'Istituto studia le molecole che regolano le attività di messaggistica biomolecolare che si svolgono all'interno di queste cellule nervose.

Queste molecole - importine - si trovano in ogni cellula, agendo come condotti tra il nucleo della cellula e il suo citoplasma, trasportando le molecole dentro e fuori dal nucleo e controllando così l'accesso ai geni. Questo ruolo assume un significato speciale nelle cellule nervose periferiche, con i loro corpi lunghi e sottili in cui i messaggi molecolari possono impiegare ore per passare dalle terminazioni nervose ai nuclei cellulari. Alcune delle importine che Fainzilber e il suo team hanno identificato, ad esempio, trasmettono messaggi circa lesioni al corpo della cellula nervosa, avviando meccanismi di riparazione.

Per chiedere se le importine siano coinvolte nel dolore neuropatico cronico, i ricercatori, guidati dalla dott.ssa Letizia Marvaldi nel gruppo di Fainzilber, si sono inizialmente proposti di esaminare una serie di linee di topi importina-mutanti generate dal laboratorio del Prof.Dr.Michael Bader presso il Max-Delbruck Center di Berlino, che ha collaborato a questa ricerca. La ricerca è stata sostenuta dal Consiglio europeo della ricerca.

Gli esami comportamentali su queste diverse linee hanno rivelato una particolare importina - importina alfa-3 - come l'unica importina implicata nel controllo delle vie del dolore. Il team ha quindi cercato di identificare il modello di espressione genica associato al dolore di lunga durata nelle cellule nervose periferiche e vedere come si legava all'attività dell'importina alfa-3. L'analisi delle differenze nei pattern di espressione tra neuroni normali e neuroni privi di importina alfa-3 ha indirizzato l'attenzione del Dr. Marvaldi su c-Fos, una proteina che l'importina alfa-3 porta nel nucleo. c-Fos è un fattore di trascrizione, una molecola che aumenta o riduce l'espressione di numerosi geni. Ulteriori esperimenti sui topi hanno dimostrato che il c-Fos si accumula nel nucleo delle cellule nervose periferiche di topi che soffrono di dolore cronico.

Hanno quindi utilizzato virus specializzati come strumenti per ridurre o disabilitare l'importina alfa-3 o c-Fos nelle cellule nervose periferiche dei topi. Questi topi avevano risposte molto ridotte a situazioni di dolore cronico rispetto a quelle dei topi normali. Ulteriori ricerche hanno dimostrato che l'importina alfa-3 è fondamentale nel dolore tardivo e cronico. c-Fos è anche coinvolto nelle prime risposte al dolore, ma sembra entrare nel nucleo con altri mezzi in quelle fasi iniziali. Ciò suggerisce che il blocco dell'attività dell'importina alfa-3 potrebbe essere particolarmente adatto per prevenire il dolore cronico e duraturo.

Il team di ricerca ha quindi portato i risultati a un livello superiore, chiedendo quanto facilmente possano essere tradotti in applicazioni cliniche. Hanno approfittato di un database specializzato, la Connectivity Map (CMap) del Broad Institute in Massachusetts, che rivela le connessioni tra farmaci e modelli di espressione genica. Questo database ha consentito loro di identificare circa 30 farmaci esistenti che potrebbero colpire la via dell'importazione alfa-3-c-Fos.

Quasi due terzi dei composti che hanno identificato non erano precedentemente noti per essere associati al sollievo dal dolore. Il team ne ha scelti due - uno un farmaco cardiotonico e l'altro un antibiotico - e li ha testati di nuovo sui topi. In effetti, l'iniezione di questi composti fornisce sollievo dai sintomi del dolore neuropatico nei topi.

I composti che abbiamo identificato in questa ricerca nel database sono una sorta di corsia preferenziale: la prova che i farmaci già approvati per altri usi nei pazienti possono probabilmente essere riutilizzati per trattare il dolore cronico. Gli studi clinici potrebbero essere condotti nel prossimo futuro, poiché questi composti hanno già dimostrato di essere sicuri per gli esseri umani ".

Dott.ssa Letizia Marvaldi, Ricercatrice

"Siamo ora in grado di condurre degli screening per molecole di farmaci nuove e migliori che possono mirare precisamente a questa catena di eventi nei neuroni sensoriali", afferma Fainzilber. "Tali molecole mirate potrebbero avere meno effetti collaterali e creare meno dipendenza rispetto ai trattamenti attuali, e potrebbero fornire nuove opzioni per ridurre il peso del dolore cronico".

 

Traduzione di Filo di Speranza.

Leggi articolo originale: clicca qui

mercoledì 7 ottobre 2020

...il dolore è nel corpo o nella mente?

(immagine dal web)

 

"Quando si tratta di dolore, è davvero la mente sulla materia?

È una domanda che ha sconcertato gli studiosi per secoli: il dolore è un'esperienza corporea o mentale? Rich Harrison spiega perché questo è un problema così complesso da risolvere

Lunedì 24 febbraio 2020 19:14

Le persone spesso usano la frase "mente sulla materia" per descrivere situazioni in cui i mali e i dolori del corpo vengono ignorati usando la mente. Un giardiniere arriva dal giardinaggio ed è sorpreso di scoprire un brutto taglio sulla sua mano, qualcosa di cui non era a conoscenza mentre era concentrata sulle sue piante. Oppure un soldato in Afghanistan viene ferito da un proiettile ma sente poco dolore finché non è al sicuro in infermeria. Se il dolore fosse direttamente e interamente collegato a lesioni fisiche, questi esempi sarebbero impossibili. Un taglio provocherebbe sempre un lieve dolore, mentre una ferita da arma da fuoco causerebbe immediatamente un forte dolore. Ma non è sempre così.

Gli scienziati del dolore sono attenti a distinguere tra uno stimolo dannoso (nocivo) e il dolore. Nel caso del soldato, il suo stimolo (una ferita da proiettile) è nocivo ma non doloroso. La ricerca ha dimostrato che il cervello ha la capacità di attenuare l'intensità con cui viene sperimentato uno stimolo dannoso. Questo processo è noto come "modulazione del dolore" ed è il modo in cui il nostro corpo ci permette di far prevalere la mente sulla materia in alcune situazioni.

Per comprendere la modulazione del dolore, dobbiamo capire come i pensieri e le sensazioni influenzano il dolore. Negli ultimi due anni, un progetto che ha coinvolto psicologi e filosofi dell'Università di Reading e medici e pazienti dell'NHS Royal Berkshire Hospital ha esplorato questa questione. La nostra idea è che le persone abbiano opinioni sul dolore - alcune delle quali non sono nemmeno consapevoli di avere - che influenzano il modo in cui provano il dolore e, forse ancora più importante, come traggono beneficio da certi tipi di trattamento del dolore.

Dove lo senti?

Stiamo indagando se le persone considerano intuitivamente il dolore come qualcosa nella mente o nel corpo. Le persone parlano del dolore in entrambi i modi, sottolineando l'aspetto corporeo quando dicono cose come: "Il dolore è nel mio dito". E sottolineando l'aspetto mentale dicendo: "Il dolore sembra una tortura". Ma le persone hanno una posizione predefinita? Una persona tende a pensare al dolore come a un'esperienza corporea, mentre un'altra la pensa come a uno stato mentale? Per scoprirlo, abbiamo progettato una serie di brevi scenari ipotetici che hanno sondato la visione del dolore delle persone. Abbiamo scoperto che le persone possono adottare una visione del dolore più corporea o più mentale e che le loro opinioni possono cambiare, a seconda del contesto.

La domanda successiva e forse la più importante è se queste opinioni influenzano l'assistenza sanitaria che le persone ricevono per il dolore. Il dolore cronico è una condizione debilitante, che porta con sé enormi costi personali, sociali ed economici. È anche una condizione molto difficile da trattare, con approcci chirurgici e farmacologici che spesso hanno scarsi risultati.

Abbiamo scoperto che le persone possono adottare una visione più fisica o più mentale del dolore e che le loro opinioni possono cambiare, a seconda del contesto

Gli interventi psicologici, come la terapia cognitivo comportamentale (CBT), d'altra parte, sono spesso efficaci e hanno pochi effetti collaterali. Fondamentalmente, tuttavia, questi trattamenti non funzionano per tutti. Alcune persone con dolore cronico non trovano alcun aiuto in questi programmi o abbandonano il trattamento senza nemmeno dargli una possibilità. Quindi la domanda è: perché questi trattamenti funzionano per alcune persone e non per altri?

La nostra ricerca si concentra sul fatto che le ipotesi di fondo sul dolore che qualcuno porta con sé in una clinica, possano determinare se un trattamento come la CBT funzionerà per loro. Dopotutto, se tu fossi un paziente che vede la lombalgia come una caratteristica della colonna vertebrale, piuttosto che come una combinazione della colonna vertebrale e della mente, non saresti confuso o infastidito se ti mandassero in terapia per alterare la tua mentalità?

Vivere con il dolore può essere un peso costante. Se ritieni di aver ricevuto il tipo sbagliato di trattamento, abbandonare o non partecipare completamente è una risposta logica. Se riusciamo a dimostrare che le convinzioni esistenti di qualcuno sul dolore influenzano il modo in cui accede e beneficia di trattamenti psicologici, possiamo lavorare per modificare queste convinzioni per consentire loro di ottenere il massimo beneficio. Per fare ciò, progetteremo e testeremo un programma CBT avanzato che aiuti le persone a riconoscere il ruolo della mente nell'esperienza del dolore. Ci auguriamo che questo tipo di programma potenziato possa aiutare più pazienti a trarre vantaggio da interventi basati sulla mente, rendendo la mente sulla materia una realtà per più pazienti.

Rich Harrison è un ricercatore post-dottorato sul dolore presso l'Università di Reading. Questo articolo è apparso per la prima volta su The Conversation"

Traduzione di Filo di Speranza

Per accedere all'originale  clicca qui.

domenica 4 ottobre 2020

…lezioni per stare meglio – no. 5

(immagine dal web)

“Poiché la disperazione era un eccesso che non gli apparteneva, si chinò su quanto era rimasto della sua vita, e riiniziò a prendersene cura, con l’incrollabile tenacia di un giardiniere al lavoro, il mattino dopo il temporale”
(Alessandro Baricco)
 

5. Poniti dei piccoli obiettivi

Sebbene tu possa apprezzare di ricevere aiuto in attività come cucinare i pasti, fare la spesa, ecc., diventare anche solo un po’ più indipendente può aiutarti ad alleviare l'ansia, aumentare la fiducia in te stesso e ridurre l'impatto che il dolore ha nella tua vita.
Per fare tutto ciò puoi cercare strategie di trattamento che possano aiutarti a ritrovare un maggiore senso di controllo, una maggiore resistenza, una migliore lucidità mentale. Parlane con il tuo team curante.

Abiti al terzo piano e prendi l’ascensore perché fai fatica? Inizia con il fare un piano di scale a piedi, se necessario facendoti aiutare. Poi prendi l’ascensore per gli altri due piani.
Arriverà il giorno in cui sorriderai facendo tutti i tre piani da solo.

E quando acquisterai un po’ più di mobilità e sicurezza, poniti un obiettivo ancora un po’ più grande: ovviamente qualcosa che sia proporzionato e raggiungibile senza che il dolore peggiori.
Per esempio, vorresti tanto andare a un concerto di musica classica ma dura molte ore e non sai se riuscirai a stare seduto per tutto quel periodo. Piuttosto che rinunciare, perché non optare per un recital che è più corto? O un concerto all’aperto, così in ogni momento puoi andartene senza disturbare nessuno.

Questa strategia dei piccoli passi, ti darà coraggio e speranza. Ti farà capire che ogni giorno stai facendo qualcosa in di più di ieri, e sarà più facile andare avanti.